Che ne sarà di Castelluccio di Norcia? Dopo che un sisma biblico ha spazzato via la sua storia

 
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Fioritura di Castelluccio, servono soluzioni definitive e sostenibili e non interventi spot

Che ne sarà di Castelluccio di Norcia? Dopo che un sisma biblico ha spazzato via la sua storia

Ieri, ore 6.30 ero in salita sul Vettore. Come si dice, dritto per dritto.
Dopo un paio d’ore ero arrivato all’impressionante faglia, per vederla coi miei occhi.
Guardavo i piani, la fioritura ormai quasi sfiorita, quel che resta di Castelluccio.

C’erano pochi camper al centro del Pian Grande. Pochi altri nella zona della prossima battitura, dove erano stati dislocati i cessi chimici i giorni dell’exploit turistico, della carica dei 50.000.
Il caso Castelluccio – non c’è niente da fare – è deflagrato.

Essere o non essere, vivere, morire, sopravvivere, partire, guadagnare bene, finalmente, oppure continuare ad aspettare un futuro imperscrutabile senza rivendicare, persino senza fiatare?
Castelluccio come finirà? Finirà in mano a progettisti “altri”? Diverrà una specie di luna park del selfie floreale?

Che cosa deve diventare un luogo come questo, quando un sisma biblico ha spazzato via la sua storia e forse anche qualcos’altro?
Risposte ve ne sono, ma penso che sia bene diffidare da chi ha la verità in tasca.
Facile leggere lezioncine o persino pattume, in questi giorni. Da improvvisati maestri di pensiero che saranno saliti a Castelluccio due volte nella loro vita.

Riscendo dalla faglia alle 10.30.
Poi un caffè alla baita ristorante retrostante al rifugio Perugia, afflosciato come una pera cotta a lambire la stretta provinciale.
La baita offre bar e ristorazione, con la cucina attiva già a mezza mattina. Bravi.

Mi siedo a bere fuori. Scende dalla Ventosola qualcuno con il cestino per i turini.

Ripenso a quando ero quasi allo scoglio di Vettore, dove 40 anni fa, a vent’anni mi ero arrampicato a mani nude con un fraterno amico. Da dove guardavo gli arditi campi di lenticchia, e poi la strada che un tempo portava la gente a dorso di somaro da e verso Norcia, salendo a Castelluccio. Compreso mio nonno, che ci veniva ad assistere le partorienti. Pensavo a quel passato arduo. Nel quale la gente si perdeva nella tormenta. Nel quale si guadagnavano cinque lire e si faceva festa al ritorno a casa, avendo dato una mano a un bambino a nascere in un posto al limite, isolatissimo, unico, come è sempre stato Castelluccio. Un tempo nel quale (in fondo erano solo 70 anni fa) persino si credeva ancora alla Sibilla. Tempo nel quale i mergani facevano paura, inspiegabile frattura nella terra; anni nei quali vi si affogavano talvolta gli animali se ammalati (vero o falso, questo si diceva).
Castelluccio per i norcini aveva un che di cupo, di distante, misterioso e persino tetro.

Oggi?
Oggi è mutato radicalmente, con i suoi fiori, i parapendio, i camper, le biciclette, il rombo dei motociclisti individuali e a gruppi, gli scatti, i selfie che non danno tregua e lo rendono visibile in tutto il mondo nonostante il terremoto… posto meraviglioso ma anche tanto estremo e duole dirlo anche tanto sfortunato.
Credo che Castelluccio, se fosse una persona, oggi stia seduto, stanco, ad aspettare.
La soluzione alle sue giuste ambasce sarà un moderno parcheggio per organizzare e regolare flussi al fine di sfornare pasti a ripetizione?
Sarà progettare intelligentemente senza impatto con un contesto unico nel mondo, un modo di fruire la natura senza comportamenti vendi-paga-consuma-getta?

da Francesco Ferrari

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