Incontro con la tradizione popolare, speciale Pasqua in Valnerina

 
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di Mario Polia (dal Bloglavalnerina.it)
Sfogliando le pagine del libro “Le Piante e il Sacro – la percezione della natura nel mondo rurale della Valnerina“, del prof. Mario Polia, dedicato al simbolismo della natura nella cultura popolare del nostro territorio, vi presentiamo le piante che nell’immaginario popolare sono legate alla Passione di Cristo. Coi suoi cinque petali, l’umile rosa di maggio, la rosa canina o “scarvella”, ben si prestava a diventare simbolo della Passione di Cristo: cinque sono i suoi petali come le piaghe di Gesù. Nel testo medievale Vitis Mystica dedicato al simbolismo eucaristico si legge che i suoi petali nacquero dal sangue di Cristo.

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A Nempe di Monteleone di Spoleto, col suo viso sincero di ragazzina ottantenne, Bernardina Giovannetti raccontò ciò che apprese dai nonni contadini: la corona di Gesù fu intrecciata coi rami spinosi della scarvella o scaravella. Lo stesso narrò la coetanea Orsola Perelli di Rescia e, riattizzando il fuoco, con tono severo aggiunse: Guai a bruciare nel focolare la scarvèlla! L’uso profano di quel legno santo provocherebbe disgrazie.

Ilario Salvatori di Trivio, piccolo borgo nel Comune di Monteleone di Spoleto, con l’autorità dei suoi 95 anni, fu più preciso: sarebbe morto il capofamiglia. A Trognano di Cascia ancora si evita di bruciare i rami della rosa canina, pur senza sapere il perché.

Ma lo sapevano i contadini della Baviera che chiamavano le rosse bacche della rosa canina Judasbeeren: “bacche di Giuda”, frutto del tradimento. In Valnerina, oltre alla rosa, anche lo “spino di Giuda” partecipa del simbolismo della Passione. L’arbusto dalle lunghe spine durissime e acuminate, introdotto nel ‘600 dall’America, era usato dai nostri contadini prima del filo spinato per recingere gli stazzi delle bestie. A Venza, piccola contrada nel Comune di Cerreto di Spoleto, si racconta che la Corona era stata intrecciata coi rami dell’“albero de Giuda” dalle spine identiche a quelle dei Crocifissi delle chiese, come quelli ad esempio presenti nella Chiesa di Santa Maria Argentea a Norcia. Dunque per rispetto, insegnavano i vecchi, non bisogna mai mescolare questi rami alla legna da ardere. Dalla “sanguinella” invece, furono tagliate le verghe usate per fustigare Gesù. Per questo è proibito tagliare bastoni dai rami rossastri della “sanguinella”, spiegava Giuseppe Febbi di Piediripa nel Comune di Norcia, ignaro che nell’antica Roma Plinio chiamava la medesima pianta “uirga sanguinea” e Macrobio “sanguis” annoverandola tra le specie infruttifere sacre alle potenze dell’Averno sorde alle suppliche degli uomini. Tra le piante che, in Valnerina, la tradizione proibisce di bruciare nel focolare, anche se nessuno ormai ricorda il motivo, c’è il sambuco.

Poggioprimocaso, nel Comune di Cascia, se la cavano dicendo che «porta scalogna»; a Trognano e Buda dicono che il fumo del “sammóco” fa venire il mal di denti, ma la nonna di un’anziana di Trognano, forse conoscendo la ragione, «il sammóco no’ lo riportava mai dentro casa». A Venza di Cerreto di Spoleto dicono che il fumo del sambuco fa venire mal di testa. A Villa San Silvestro di Cascia rende sterili le galline. A Cortigno di Norcia nuoce al bestiame. A Rocchetta di Cerreto di Spoleto, Pierina Todini custode di sapienze ancestrali, ci disse che «è peccato» bruciare il sambuco perché «ci ha l’animo dentro».

In Abruzzo, nell’Ottocento, narravano che Giuda s’impiccò a un albero di sambuco per cui era fatto assoluto divieto di arderne il legno nel focolare. La medesima tradizione, nell’Inghilterra del ‘500, aggiungeva che le bacche, prima dolcissime, dopo il suicidio divennero amare.

Statua di Cristo, portata in Processione a Cascia il Venerdì Santo

Il riferimento di Pierina Todini al legno animato riconduce a un’antica tradizione germanica che fa derivare il nome tedesco dell’albero,Holunder, da quello di Frau Holda, fata benefica e signora delle streghe, la quale dimorava nei sambuchi. Secoli d’invasioni gotiche e dominazioni longobarde sedimentati sulla memoria mai sopita del retaggio italico hanno forgiato una parte consistente della cultura rurale della Valnerina.

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