Comitati in campo: Terria a rischio, persi 50% litri idrici
Il comitato Noi Amiamo Ferentillo, insieme a Italia Nostra Valnerina e Patrimonio Valnerina, ha depositato osservazioni formali al progetto del Servizio Idrico Integrato (SII) per la realizzazione di un nuovo acquedotto destinato a captare 200 litri al secondo da due pozzi situati nel territorio di Scheggino. Si tratta di infrastrutture esistenti dagli anni Novanta, mai entrate in funzione né mai collegate ad alcuna rete distributiva, che ora tornano al centro di una disputa tecnica e ambientale di primaria importanza.
Il progetto prevede la posa di una condotta di circa 4,5 chilometri attraverso cui le acque estratte verrebbero convogliate verso il serbatoio del campo pozzi di Terria, un impianto che fin dal momento dell’entrata in servizio ha mostrato una capacità produttiva largamente inferiore alle previsioni. Dei 400 litri al secondo indicati nella documentazione progettuale originaria, la struttura riesce attualmente a garantire meno della metà. Una circostanza che non sorprende chi aveva seguito la vicenda: un geologo consultato dal comitato “No Acquedotto” aveva già avvertito, in un incontro ufficiale, che operare con pozzi profondi in corrispondenza di una faglia sismica attiva comporta rischi strutturali non trascurabili. Anche eventi tellurici di modesta entità, secondo quella valutazione, possono provocare fratturazioni negli strati rocciosi profondi, con la conseguente migrazione o scomparsa delle riserve idriche dalla zona di captazione.
Il nodo della sostenibilità finanziaria e ambientale
Le osservazioni presentate dai comitati puntano con decisione sulla mancanza di sostenibilità dell’intervento, che verrebbe realizzato attingendo ai fondi del Piano Nazionale per Interventi Infrastrutturali per la Sicurezza del Settore Idrico (PNIISS). Il riferimento alle norme europee è esplicito: nell’era dei cambiamenti climatici, il principio di sostenibilità non è un’opzione politica ma un vincolo giuridico e programmatorio imposto dall’Unione Europea a qualunque investimento pubblico in materia ambientale. Destinare risorse pubbliche a un’opera che presenta un precedente fallimentare già documentato — il campo pozzi di Terria — è considerato dai comitati un approccio contrario a qualunque logica di buona amministrazione.
La rete idrica di distribuzione su cui verrebbero scaricate le nuove acque captate presenta ancora oggi perdite stimabili intorno al 50 percento. Ampia parte dell’acqua potabile estratta si disperde prima di raggiungere le utenze finali, fuoriuscendo dagli sfiori dei bottini e dai punti critici di una rete che non è mai stata realmente messa a regime. A questo si aggiunge la mancata attuazione di sistemi di raccolta delle acque piovane negli edifici, misura che ridurrebbe sensibilmente il fabbisogno di acqua potabile destinandola ai soli usi che la richiedono davvero, come quello alimentare, e svincolando scarichi, irrigazioni e altri impieghi secondari dall’attingimento diretto alle falde.
Il rischio concreto per il fiume Nera
Al di là delle questioni tecniche legate all’infrastruttura, i comitati segnalano una prospettiva che riguarda l’intero territorio: la perdita progressiva del fiume Nera come risorsa vivente. La Valnerina deve il suo nome, la sua identità e gran parte della sua economia proprio a questo corso d’acqua, che attraversa il territorio offrendo opportunità turistiche, sportive e naturalistiche di rilevanza regionale e nazionale. Il rafting, la pesca sportiva, il turismo naturalistico e le attività ricreative lungo le rive sono strettamente dipendenti dalla portata del fiume.
Con il progressivo ridimensionamento delle precipitazioni nevose sull’Appennino, fenomeno ormai strutturale e non congiunturale, la ricarica delle falde profonde avviene a ritmi sempre più lenti. Aumentare i prelievi in questo contesto significa esporre il fiume a un progressivo depauperamento: la portata scenderà fino al cosiddetto deflusso minimo vitale, la soglia sotto la quale un corso d’acqua non è più in grado di sostenere gli equilibri biologici dell’ecosistema, ma sopravvive in una condizione artificiale e impoverita.
Un ecosistema che non si può comprare
I comitati descrivono questo processo con una formula tecnica precisa: resilienza biologica indotta dall’attività estrattiva-predatoria. Significa che il fiume, privato della sua portata naturale, andrà incontro a trasformazioni profonde e irreversibili dell’intero bacino idrografico. La vegetazione ripariale cambierà, la fauna ittica subirà una contrazione drastica, la qualità delle acque si degraderà. Il risultato non sarà soltanto un danno ambientale, ma una perdita economica concreta per le comunità locali che hanno costruito intorno al Nera una parte significativa della propria offerta turistica.
Non si tratta, sottolineano i comitati, di posizioni ideologiche o ambientalismo astratto. Il fiume Nera è patrimonio collettivo della Valnerina, risorsa non riproducibile e non sostituibile. La sua tutela non può essere subordinata a soluzioni tecniche che rispondono a emergenze idriche reali ma con strumenti inadeguati, antieconomici e potenzialmente devastanti per l’equilibrio del territorio.
La storia si ripete: da Terria-Pentima a Scheggino
L’attuale progetto ricalca la logica già seguita nel 2018 con l’acquedotto Terria-Pentima: privilegiare lo sfruttamento intensivo della falda invece di intervenire strutturalmente sulle inefficienze della rete distributiva. Una rete che perde la metà dell’acqua captata non può essere sanata semplicemente aumentando il volume estratto. La questione non è quantitativa ma qualitativa: finché non si riduce il tasso di dispersione attraverso la manutenzione e la modernizzazione delle condutture, qualsiasi nuovo apporto idrico sarà in parte destinato a disperdersi prima di raggiungere i rubinetti.
I comitati chiedono che il SII cambi approccio in modo radicale: meno estrazione, più efficienza distributiva, più raccolta delle acque meteoriche, più attenzione alla fragilità geomorfologica di un territorio sismico. L’investimento pubblico, in questa prospettiva, dovrebbe mirare a ridurre le perdite piuttosto che a compensarle con nuovo prelievo. Solo così si potrà garantire acqua potabile alle comunità della Valnerina senza compromettere in modo irreparabile il fiume da cui tutto, in questa valle, dipende.

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