Terremotati attendono la ricostruzione delle loro case, omelia Cardinal Bassetti

Terremotati attendono la ricostruzione delle loro case, omelia Cardinal Bassetti

Terremotati attendono la ricostruzione delle loro case, omelia Cardinal Bassetti

di Gualtiero Card. Bassetti
Arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve
Saluto con gioia tutti voi, Carissimi fratelli e sorelle, che nella notte di Natale siete confluiti in cattedrale, con i vostri bambini, per riflettere sul mistero di Dio, che in Gesù si è fatto uomo. Cioè uno di noi: perché nessuno si senta solo né si faccia prendere dallo sconforto. Dio non ci abbandona, anzi ci invita a sperare. Sono per noi le parole dell’angelo ai pastori: «Oggi vi è nato un salvatore!». Non è un bambino qualsiasi: la fede ci dice che quel bimbo è il figlio di Dio.

Il profeta Isaia ne ha intravista la venuta e l’ha descritta come un evento mirabile: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace».

Sulle spalle di un bambino poggia il destino eterno di cambiare le sorti dell’umanità. La sua venuta moltiplica la gioia e fa abbondare la letizia, con la sua luce rischiara le tenebre del mondo, annuncia a tutti la salvezza. Eppure, agli occhi del mondo è soltanto un bambino indifeso, povero e bisognoso di tutto. È il mistero dell’incarnazione, che incanta e commuove gli uomini e le donne di ogni tempo e lascia a tutti la consapevolezza che ogni vita è degna di essere vissuta.

Il bambino è per tutti segno eloquente della semplicità, dell’umiltà, della tenerezza; è il segno del rovesciamento radicale delle nostre arroganze, presunzioni, volontà di dominio, perché possa nascere un mondo nuovo. Percorrendo questo crinale, si arriva ad un altro versante di comprensione del segno: quello dell’impotenza e della sofferenza, che unisce lungo un’unica direttrice di salvezza il presepio e la croce, il Bambino di Betlemme e il Crocifisso del Golgota. Così fa la tradizione orientale, che nelle icone della natività abbina culla e sepolcro.

Scrive don Primo Mazzolari, un prete d’altri tempi, ma il suo messaggio è attuale: «In Lui sofferente come Bambino e come Crocifisso, noi possiamo intravedere gli effetti spaventosi dei nostri peccati. Nel presepio vediamo bambini di tutto il mondo che piangono di fame e d’abbandono, di violenza e sopraffazione. Sulla croce vediamo poi i nostri fratelli disoccupati, taglieggiati, oppressi, vittime delle guerre fratricide, del terrorismo, della mafia, delle lotte per il potere, degli sfruttamenti economici…

E tuttavia proprio dal Presepio e dal Calvario comincia la redenzione, giunge la risposta ai nostri interrogativi, s’avanza la Speranza…». Presepio e calvario, infatti, sono il segno che Dio ci ama uno ad uno, entra nella nostra abitazione pur squallida, sale con noi sulla nostra croce pur distruttiva. E tutto ha senso perché Dio ha senso.

Luce e tenebre, vita e morte si intrecciano in ogni esistenza umana

Lo costatiamo ogni giorno dalla nostra esperienza personale e dalle notizie della cronaca. In questo anno che stiamo per lasciarci alle spalle abbiamo sperimentato più volte la consolante presenza del Signore, come nel recente Sinodo, in cui l’amore della Chiesa per i giovani – ci ha ricordato di recente Papa Francesco – si è incrociato con l’entusiasmo dei giovani di tutto il mondo, credenti o meno: essi rappresentano la linfa vitale che attraversa la nostra società, e da essi dipendono le sorti del nostro mondo. Un mondo che oggi ci appare, per tanti aspetti, travagliato e talvolta disumano. In recenti fatti di cronaca, ancora una volta i protagonisti sono i giovani, ma purtroppo in negativo, interpellando la nostra responsabilità sociale.

Ragazzi che periscono tragicamente in discoteca, giovani che muoiono per mano di altri giovani, o vittime del terrorismo.

Motivo di angustia sono ancora le precarie situazioni in cui si trovano i fratelli terremotati nelle zone dell’Appennino Umbro-Marchigiano, che attendono con ansia la ricostruzione delle loro case e dei loro paesi e l’inizio di una nuova vita. Accanto a loro anche le vittime e i superstiti del recente tsunami in Indonesia.

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Il bambino indifeso in culla ci invita a vedere il mondo con occhi diversi, nel segno dell’amore e del rispetto di tutti; ci invita a farci prossimo di quanti ci tendono la mano e cercano in noi la forza per vivere. Ci sentiamo tutti debitori di quel bimbo e di quella culla, perché giustizia e pace sono desideri profondi di ciascuno di noi, che chiedono d’essere soddisfatti. Chi sogna un mondo più giusto, onesto, fraterno, pacifico venga a impararlo vicino a questa culla, in questa notte, accanto a questo bambino. Noi lo invochiamo con il grido appassionato d’un poeta moderno, che ho avuto la grazia di conoscere e stimare, David Maria Turoldo:

«Vieni, Signore Gesù, vieni nella nostra notte

questa altissima notte:

la lunga invincibile notte,

e questo silenzio del mondo

dove neppure un fratello conosce il volto del fratello

tanto è fitta la tenebra;

ma solo questa voce, quest’unica voce si oda:

“Vieni, vieni, vieni, Signore!”»

Il Natale cristiano viene a ricordarci che il nostro Dio è il Dio della vita, non della morte; dell’impegno, non della rassegnazione; della pace, non delle tensioni polemiche; della gioia, non dello sconforto senza speranza. Per questo sento di augurare alla comunità cristiana e alla più ampia società civile il coraggio di non arrendersi, di ricominciare ogni giorno con la fatica della ricerca, di affrontare la complessità della vita. Non vergogniamoci mai delle nostre radici umane e di fede. E non svendiamo mai la nostra identità cristiana.

Il mio cordiale augurio di buon Natale va, in particolare, a tutti coloro che soffrono nelle case, negli ospedali, nelle strutture di accoglienza, nelle carceri; a tutti i bambini, soprattutto quelli sfruttati; alle famiglie provate dal dolore; ai giovani in cerca di lavoro e di speranza; agli immigrati, che vanno considerati con il cuore del samaritano; agli ospiti permanenti e occasionali di questa nostra bella città; a tutti coloro che si trovano in servizio per garantire un decorso sereno della festa. Vada anche a tutte le autorità istituzionali, augurando loro di concorrere con una cordialità non formale alla sempre migliore conduzione del nostro vivere associato. L’umile, ma esigente Bambino di Betlemme, benedica tutti coloro che operano con retta intenzione, perché la nostra società sia una frontiera avanzata della pace: pace, che Dio stesso darà come dono a chi non lo esclude dalla propria vita. Amen!

di Gualtiero Card. Bassetti
Arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve

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