Il profumo dei campi, e così Elisabetta Lecchini ha scritto un libro per la Valnerina terremotata

 
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Il profumo dei campi, e così Elisabetta Lecchini ha scritto un libro per la Valnerina terremotata

Il profumo dei campi, e così Elisabetta Lecchini ha scritto un libro per la Valnerina terremotata

da Elisabetta Lecchini
Il 23 agosto 2016 mi trovavo in un rifugio a oltre 2000 metri in Valcamonica, una sorta di paradiso terrestre dove il cellulare non prende, internet non esiste, in cui l’unica cosa da fare è godersi lo spettacolo che regala la natura, respirare a pieni polmoni, chiacchierare con gli altri avventori, mangiare e bere di gusto. La mattina del 24 agosto mi svegliai presto complice il chiacchiericcio di chi partiva per escursioni in quota, venni chiamata in cucina dove il telegiornale (la tv è solo per i rifugisti) trasmetteva immagini di un terremoto in centro Italia, notizie frammentarie, una comprensibile confusione in un momento drammatico, immagini sufficientemente eloquenti facevano presagire un’immane disgrazia. La sera stessa scesa a valle guardai diversi tg, il numero di vittime era decisamente importante e i servizi che si succedevano raccontavano di una tragedia imponente, immagini così forti da sembrare surreali, inverosimili.

Pensai subito di voler dare una mano in qualche modo, volevo far trascorrere la prima fase di emergenza dove era necessaria la presenza di addetti ai lavori dopo ero disponibile ad andare, il lavoro mi permetteva di organizzarmi, il tempo c’era, la voglia anche, mi andava bene svolgere qualsiasi mansione che si trattasse di pelare patate, giocare con i bimbi, chiacchierare con le persone anziane. Il mio intento si rivelò parecchio complicato da realizzare, ho ricevuto tanti no, mi sono scontrata con la burocrazia, qualcuno mi disse che avrei dovuto frequentare un corso di formazione idoneo a simile emergenze, piuttosto lungo e a un costo non indifferente, altri mi dissero di lasciare perdere che se volevo potevo contribuire con un bonifico. Il tempo intanto passava, cominciavo a demordere visti i tanti rifiuti e le tante complicazioni, il 30 ottobre ci fu un’altra scossa, quella che devastò Norcia e dintorni.

Anche quel giorno mi trovavo in montagna, ancora una volta in un luogo speciale, sempre convinta di voler contribuire mi venne in mente di organizzare delle cene a casa con amici e amici di amici, conoscenti ecc…una formula semplice con una quota fissa e l’impegno di consegnare personalmente la somma raccolta. Fra novembre 2016 e gennaio 2017 vennero a cena una novantina di persone, ringrazio ancora coloro che subito hanno sposato con entusiasmo la mia proposta, raccolsi una piccola grande somma che consegnai personalmente recandomi in Valnerina nell’aprile 2017.

Tornata a casa, a Milano, pensai che fosse importante non limitarmi a quanto fatto ma continuare a raccogliere fondi, sentii l’esigenza e il desiderio di portare avanti l’iniziativa, non penso di saper spiegare in modo corretto perché, banalmente potrei dire che ero rimasta molto colpita di osservare da vicino quanto accaduto.

Non ebbi subito le idee chiare, diverse ipotesi mi passarono per la testa ma solo una mi convinse totalmente pur sapendo che probabilmente non sarei stata in grado, non avevo idea di come iniziare e di come proseguire, avevo in mente dei passaggi, dei punti fermi su cui concentrarmi ma definire il tutto non sarebbe stato semplice, un libro! Il libro che state tenendo fra le mani. Per oltre un anno e mezzo ho lavorato a un progetto completamente differente da queste pagine, a un certo punto, senza entrare nel merito e dilungarmi nei dettagli, mi sono resa conto di alcuni ostacoli e problematiche difficilmente superabili. Ho modificato quasi tutto conservando solo una minima parte del lavoro precedente.

L’intento di questo libro è quello di far conoscere e valorizzare i prodotti enogastronomici delle zone interessate dal sisma, non solo i più noti come le lenticchie di Castelluccio, il ciauscolo marchigiano o il guanciale amatriciano per citarne qualcuno. Ma anche la trota, la cicerchia, i marroni, la roveja, il vino cotto, la marotta e molti altri, un patrimonio variegato e importante, spesso poco conosciuto, che caratterizza un territorio piuttosto vasto.

Vi racconto gli ingredienti nel loro habitat naturale, all’interno di una ricetta. Questo libro esiste perchè norcini, enologi, casari, coltivatori, commercianti, allevatori mi hanno raccontato delle loro attività, la loro storia, i loro prodotti, aneddoti, dettagli, criticità, progetti e molto altro. Ho potuto realizzare le ricette e tentare di raccontarvi qualcosa dei Monti Sibillini e dintorni grazie alle parole, l’entusiasmo, la disponibilità, la grande affabilità, l’immensa passione e l’amore viscerale per la propria terra che mi sono stati trasmessi.

La copertina è stata disegnata da un’amica, vuole richiamare l’idea della cucina, termine utilizzato nella sua più ampia accezione, come “qualcosa” di semplice.

Mi piacerebbe che ci si concentrasse sugli ingredienti nella loro purezza, sulle patate ancora avvolte nella terra, sul fiore dello zafferano da cui estrarre i pistilli, sulle castagne nel riccio, sull’uva con cui produrre il vino e via dicendo. Cucinare, mangiare soprattutto sono due gesti semplici, naturali, quotidiani. Spero che questa immagine vi trasmetta quello che per me è il sale, il fulcro di questo magico mondo che per me non è solo una passione ma anche un lavoro: storia e tradizioni, ogni prodotto ha una storia, è legato ad aneddoti, racconti, usanze, spesso antiche, uniche, singolari, sono il nostro patrimonio da tramandare.

Tutti abbiamo un piatto del cuore, un profumo che ci ricorda una vacanza, un sapore, un luogo, una torta che profuma di casa, di mani in pasta, un piatto che viene associato a un periodo, a una persona, anche chi non ci hai mai pensato se torna indietro nel tempo ricorderà il primo piatto che ha preparato, il gelato dell’infanzia, un toast bruciacchiato, un grande flop, la merenda a scuola, le paste della domenica, ognuno avrà il suo e fa parte della storia di ognuno di noi.

Il territorio, questa parola oggi tanto utilizzata, ciò che mangiamo è frutto della terra, siamo abituati a vedere tutto pronto, impacchettato, mono porzione, precotto ecc….ricordiamoci sempre che alla base c’è un allevatore, un enologo, un agricoltore, il loro lavoro spesso duro, faticoso, all’aperto, senza vacanze, in balia delle condizioni climatiche. Il lato umano, cucinare per qualcuno richiede cura, tempo, attenzioni, dedizione, spesso è uno dei modi migliori per prendersi cura dell’altro, mangiare insieme implica raccontarsi, ridere, confrontarsi, litigare, appassionarsi, conoscersi, le parole generano rapporti, progetti, sogni, anche fratture, conflitti, distacco, condividere un pasto è un gesto che ha un valore immenso.

Questi tre aspetti rappresentano ciò che mi interessa e appassiona parlando di cibo. La tavola imbandita vuole essere un invito, il cibo genera chiacchiere, convivialità, curiosità, non c’è niente di più semplice che sedersi attorno a un tavolo e condividere un pasto con qualcuno, sconosciuti compresi. Capita nei rifugi di montagna, alle sagre con grandi tavolate, ai matrimoni dove conosci due persone, in alcuni locali è una scelta quella di far dividere un tavolo a persone che non si conoscono.

Mangiare insieme è bello, semplice, per tutti, non è importante da dove vieni, quanti anni hai, che lavoro svolgi, in che luogo vivi, la condivisione di un pasto è un gesto che racchiude in se’ molteplici valori, istanti di bellezza e autenticità.

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