Martone e di Majo con Pastorale Cilentana al Castello di Postignano

commissionato da Expo’ 2015 e presentato anche al Festival di Locarno

 
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Martone e di Majo con Pastorale Cilentana al Castello di Postignano

Martone e di Majo con Pastorale Cilentana al Castello di Postignano  da Lucio Biagioni POSTIGNANO – Se Leopardi a Napoli era goloso di sorbetti, e par certo (a sentir Ranieri) che morì d’indigestione per sette etti di confettini di Sulmona, Mario Martone e Ippolita di Majo, rispettivamente regista e sceneggiatrice de “Il Giovane Favoloso”, si sono presentati lo scorso week-end al Castello di Postignano (nel quadro della nutritissima stagione d’iniziative culturali del restaurato borgo) con un film assai più morigerato: un “corto” di appena 18 minuti (“Pastorale Cilentana”, commissionato da Expo’ 2015 e presentato anche al Festival di Locarno), in cui in un Medioevo realisticamente immaginario il cibo di povere comunità di pastori e pescatori è al centro di uno scambio equilibrato (oggi nostalgia e modello) fra uomo e natura.

E un paio di settimane prima, nella stessa Chiesa della Santissima Annunziata del Castello di Postignano (esente da ogni crepa di terremoto, perché nell’opera di ristrutturazione, sottolineano gli architetti Gennaro Matacena e Matteo Scaramella, proprietari del borgo, è stato messo più ferro che nella Torre Eiffel), era stato l’antropologo Marino Niola a occuparsi di cibo, anzi, di privazioni e diete: lumeggiando quell’“homo dieteticus” che si aggira per mercati e ristoranti, (con)centrato esclusivamente sul proprio sé alimentare. Fino all’eccesso di sacrificare al tormento degli scrupoli, come diceva Monaldo Leopardi, ogni forma di “bon ton”: invitato a cena dal professor Niola, l’“homo dieteticus” si presenta con la vaschetta del proprio cibo speciale.

Più “dieteticus” di così. Niente contro i vegani ormai familiarmente “Vegs”, per carità, i cui ristoranti e “special menu” sperimentano (anche in Umbria) l’onda di un trend crescente, niente contro chi nella cucina di casa va avanti a tutto fornello con tofu, seitan e bacche di goji, niente contro i locàvori con l’ossessione del (vero o presunto) chilometro zero, e, ovviamente, niente contro gli onnivori che, per la prima volta nella variegata storia del cibo, perdono terreno e naturalezza di status in un mondo dove le mode e gli stili alimentari “diversi”, accoppiati con modelli di ruolo in qualche modo connessi con la salute, la forma fisica, la natura e il rispetto del creato, proliferano a vista d’occhio, creando comunque, aldilà delle filosofie, una solida base di mercato, un “target” commerciale che legittima tutto e su cui le aziende si sono buttate a capofitto. Primum vendere, deinde philosophari.

Ma attenzione. Scientemente o meno, siamo tutti più o meno dietetici. Visto che “dieta” – ha ricordato il professor Niola – altro non significa nel mondo greco che regime e forma di vita. I problemi non nascono con la “dieta”, che ognuno bene o male fa, ma con le compulsioni ossessive, il talebanesimo applicato al cibo. Una volta c’erano le sette religiose, gli asceti e gli “esercizî spirituali”. Nella società secolarizzata, l’“homo dieteticus” fa penitenza così, con seitan e goji.

La rinuncia alimentare e la medicalizzazione del cibo diventano strumento di elevazione spirituale.    Niola tende illuministicamente ad accentuare l’aspetto soggettivo della questione, ma forse il discorso è più complesso di così. Viene in mente che se l’obesità era un tempo religiosamente associata col peccato (di chi peccava di crapula), oggi spesso è grasso chi è povero perché costretto a ingozzarsi di “junk food” o cibo spazzatura, senza il quale la grande industria alimentare soffrirebbe assai, né creerebbe le condizioni di mercato per nicchie di gente affluente e “trendy”, che senza molta fame si siede, tanto per dire, alla tavola di Damon Baehrel (Earlton, NY), onde estasiarsi, col menu “Native Harvest” a 450 dollari, servito su sezioni di tronchi d’albero, vegetazioni, frutti bacche e distillati di foresta, che condiscono carni marinate per mesi in misteriose essenze boschive. Sono gli opposti di un Sistema Unico, dove tutto si tiene.

E si guarda con nostalgia al semplice e puro rapporto col cibo del Medioevo di Martone. Oltre a Martone e Niola, la stagione culturale del Castello ha generato a getto continuo conferenze, proiezioni, presentazioni di libri, concerti, mostre fotografiche (come quella splendida, attualmente in corso, di Dorothea Lange). Se c’è un problema, è d’abbondanza. Ma alla salute della cultura le diete nuocciono, eccome.

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