Marco Virgili il futuro tra Italia, Spagna e Inghilterra, by Erasmus

Marco Virgili il futuro tra Italia, Spagna e Inghilterra, by Erasmus

Marco Virgili il futuro tra Italia, Spagna e Inghilterra, by Erasmus

ing. Marco Virgili
Mi chiamo Marco ed ho 26 anni, ho studiato ingegneria energetica ed ho passato gli ultimi 9 mesi lavorando a Madrid, dopo averci fatto un Erasmus. Ho appena terminato l’esperienza spagnola per trasferirmi in Inghilterra, dove inizierò un dottorato sul tema della connettività in aree rurali.

Sono cresciuto a Piedivalle, un paesino minuscolo nel comune di Preci, dove l’abitante più giovane dopo me era mio padre e dove l’autobus che porta a Norcia passa due volte al giorno, principalmente per il servizio scolastico.

Avendo già in mente di voler fare l’ingegnere e possibilmente lavorare nello sviluppo tecnologico, sapevo fin da piccolo che non avrei mai vissuto la mia vita adulta a Piedivalle, né nei dintorni. Come la maggior parte dei ragazzi di queste zone, sognavo il momento in cui mi sarei trasferito in città per studiare ed avrei finalmente conosciuto il mondo vero. Ciò che ancora non sapevo era che dopo qualche anno anche Roma avrebbe cominciato ad andarmi stretta.

Ho vissuto a Roma durante tutti gli anni dell’università ed è forse il luogo in Italia nel quale ho più legami con miei coetanei. Questa città è passata dall’essere la realizzazione di un sogno ad un incubo dal quale fuggire il prima possibile, visto che in principio l’entusiasmo per la nuova avventura mi rendeva cieco ai difetti della capitale.

Poi è subentrata la fase di accettazione, in cui ho imparato a copiare le tipiche giustificazioni romane (“Eh ma Roma è grande, mica è facile gestirla”, “Eh ma i gabbiani fanno paesaggio, poi siamo vicino al mare…”, “Oh sarà pure più sporca, ma vuoi mette il Colosseo col Duomo?”). Insomma, mi ero integrato bene, finché non partii per l’Erasmus e mi resi conto che tutte queste scuse non reggono davanti all’evidenza che città altrettanto grandi possono essere comunque efficienti o almeno garantire i servizi di base.

Il ritorno, sia da Tallinn che da Madrid, fu abbastanza traumatico, non solo per il diverso ritmo di vita, ma anche a livello accademico: andiamo giustamente fieri della preparazione teorica che fornisce l’università italiana, ma fornire solo quella significa preparare ingegneri che sanno perfettamente le leggi fisiche che fanno funzionare un circuito elettrico, ma che non ne hanno mai visto uno e non sanno che aspetto abbiano una resistenza o un condensatore nella vita reale.

Spesso la risposta a tali critiche è che noi rimaniamo fedeli al modello educativo tradizionale, ma non sarà invece che montare una lavagna e due pennarelli costa meno che allestire un laboratorio ben attrezzato?

Oltre a ciò, mi colpirono moltissimo i professori stessi: ragazzi che avrei giurato fossero assistenti, non avendo nemmeno 40 anni, erano professori associati. Andare a ricevimento era un piacere e non mi sentivo mai uno scemo a fare una domanda troppo scontata, così come all’esame non c’era il rischio di venire presi a male parole per aver fatto un errore ed aver fatto perdere tempo a sua maestà: se sbagliavi, il voto era più basso, fine.

Si sa che la politica del terrore viene adottata per evitare che si presentino sciami di studenti impreparati all’esame, ma questo problema, per quanto ho potuto vedere, fuori dall’Italia viene arginato seguendo lo studente durante la preparazione, così da rendere l’esame quasi una formalità. Non dico che una politica simile sia totalmente assente in Italia, né che sia così in tutto lo stivale, ma tende ad essere più l’eccezione che la regola.

Un altro elemento troppo spesso sottovalutato nella formazione in Italia è l’esperienza pratica: nonostante sia teoricamente obbligatorio, quasi nessuno studente fa uno stage durante l’università ed il motivo è più che comprensibile: nessun professore mi ha mai avvertito sull’importanza dello stesso, forse perché, esperienza o meno, da neo-laureati si è comunque destinati ad un contratto in pratica. Inoltre, i crediti destinati al tirocinio sono pochissimi ed è molto più facile ottenerli sostenendo un esame in più, anche perché i pochi audaci che sono decisi a trovarsi uno stage devono cercarselo da soli contattando le aziende privatamente, per poi trovare un professore disposto a fare da referente interno ed infine superare una serie di trafile burocratiche e ritardi che già da sole varrebbero i 6 crediti del tirocinio.

Questo è un aspetto di cui si parla molto raramente, ma è uno dei principali ostacoli da superare per gli emigranti neo-laureati, o almeno lo fu per me.

In molti paesi le pratiche per studenti sono di fatto obbligatorie e le aziende danno per scontato che un laureato abbia sempre almeno sei mesi di esperienza. Se non li si ha, recuperarli non è così semplice: le università di solito hanno accordi con aziende private, che sono abituate a poter contare su parecchi stagisti ogni anno e lo scambio favorisce entrambi, visto che sono anche previste delle detrazioni fiscali per i contratti da stagista, fintanto che è presente un accordo con l’università (questo per impedire che contratti simili durino anni e anni). Tuttavia, tali limiti rendono poco appetibile uno stagista già laureato ed è quindi molto difficile farsi prendere. Poi, nel caso in cui si riesca nell’impresa, si presenta l’ovvia difficoltà del sostenersi in un paese straniero potendo contare solo su un rimborso spese per studenti lavoratori.

Una volta finiti gli studi, nonostante la mancanza di esperienza, decisi di tornare a Madrid a cercare fortuna e devo dire che la trovai: nonostante la mancanza di esperienza, venni assunto da outsourced in una compagnia di servizi informatici che richiedeva la conoscenza dell’italiano. Le condizioni erano ottime, non solo per lo stipendio, ma soprattutto perché gli orari erano rispettati e questo è un privilegio di cui quasi nessuno dei miei amici italiani gode, specialmente chi lavora in società di consulenza.

Ma la cosa paradossale è che al ritorno, raccontando di tale privilegio si viene visti quasi con diffidenza, come se si fosse poco ambiziosi o addirittura pigri, perché “qui è normale che se vuoi fare carriera devi fare extra tutti i giorni, specie all’inizio”. Non avendo lavorato in Italia e non avendo visto molte realtà diverse, non posso fare un’analisi precisa e potrei fare affermazioni inesatte, ma sembra quasi che i giovani in molte multinazionali vengano plagiati a credere che se non sacrificano tutto il loro tempo per il bene dell’azienda non diventeranno mai “manager” o “dirigente” e quindi non saranno mai nessuno.

E se mi venisse chiesto il perché di ciò, risponderei che è come se la mia generazione si sentisse in difetto rispetto alle precedenti e dovesse a tutti i costi dimostrare che non siamo i “bamboccioni” che vengono dipinti in televisione. Non dico che meccanismi del genere non esistano all’estero, ma in Italia tutto ciò sembra portato all’esasperazione in un circolo vizioso che non ti permette di prenderti responsabilità e quindi di avere la possibilità di renderti autonomo perché troppo giovane, ma poi ti rimprovera perché non sei riuscito a farlo.

Ovviamente ci sono delle eccezioni, che siano singoli particolarmente brillanti o piccole realtà virtuose, ma dovendo parlare in generale, non direi sia una cosa normale per un 26enne italiano essere totalmente autonomo ed indipendente dai genitori, specie se laureato (e qui sta il paradosso maggiore), mentre magari per un tedesco o un inglese è anche troppo tardi.

Un’altra percezione dell’emigrazione tutta italiana è quella del bianco o nero: se parti sei un traditore o un martire, non c’è via di mezzo. Sei un traditore perché non aiuti il tuo paese a ripartire (come se la responsabilità di ciò fosse del cittadino singolo e non delle politiche nazionali), mentre sei un povero martire se te ne vai per costrizione e ti tocca rinunciare al sole, alla cucina, al mare e a tutte quelle cose che crediamo di avere solo in Italia e che sono tutto ciò che ti serve per vivere.

Oltre ai soldi, ovviamente. Entrambi i modi di vedere, secondo me, commettono due grandi errori di valutazione: in primis, si dà per scontato che chi emigri lo faccia per necessità e basta, come fossimo nel dopoguerra. L’eventualità che qualcuno parta per semplice curiosità e per fare un’esperienza non è nemmeno contemplata.

L’altro errore di valutazione è pensare che questa sia una scelta definitiva, manco bruciassimo il passaporto appena partiti. Il fatto che poi effettivamente siano in pochi a tornare rafforza questa ipotesi, ma questo anche perché chi torna viene visto come qualcuno che “non ce l’ha fatta”, paradossalmente scoraggiando ancora di più i ritorni.

Un altro fenomeno fastidioso è la mitizzazione dei paesi stranieri e dei lavoratori italiani: è incredibilmente diffusa (ovviamente solo nei confini italici) la credenza che gli italiani siano una sorta di popolo eletto che sa fare qualsiasi cosa e la fa meglio di chiunque altro, ma il cui potenziale è limitato da una cattiva gestione dello stato.

I paesi stranieri, invece, specie quelli del nord-Europa, vengono visti come paradisi economici e sociali abitati da fessacchiotti che non sanno godersi la vita e che ci invidiano le qualità innate che non potranno mai rubarci. Non me ne vogliano i miei compatrioti che ci credono davvero, ma personalmente ritengo che questo senso di “pseudo-superiorità” sia uno dei più grandi limiti culturali che abbiamo, nonché sinonimo di un provincialismo che spero supereremo al più presto.

Tornando alla mia storia, il lavoro che facevo in Spagna non era affatto male come condizioni, ma non volevo sviluppare una carriera nel settore informatico e mi accorsi che più tempo rimanevo lì e più diventava difficile trovare un lavoro diverso senza esperienze in altri campi. Inoltre, tra Erasmus e lavoro ero già da un anno e mezzo in Spagna e cominciavo ad aver bisogno di cambiare aria, così mi iscrissi ad un’offerta di dottorato in Inghilterra e venni preso.

Per trasferirci lì sia io che la mia ragazza (anch’essa italiana emigrata in Spagna) abbiamo rinunciato ad un contratto indeterminato senza nemmeno pensarci troppo, fatto abbastanza eclatante per le nostre famiglie.

Spesso quando torno in Italia mi viene chiesto da parenti ed amici se penso mai all’idea di tornare e la mia risposta è sempre un sincero “non lo so”. A loro sembrerà un modo per tergiversare, ma io non ho davvero idea di cosa farò o vorrò fare tra 5 o 10 anni e non voglio nemmeno pensarci ora. Sono sicuro che molti che si sono spostati spesso di città o paese capiranno cosa voglio dire, così come ad altri può sembrare assurdo, ma ciò che più mi piace della mia vita è proprio questa incertezza a lungo termine che rende tutto più divertente. Non voglio nemmeno sentir parlare di mutui, figli, pensione.

L’essere umano si adatta velocemente ed il crescere nell’epoca del lavoro precario ha forgiato una generazione di precari della vita, che al “posto fisso” non ci hanno solo rinunciato, ma non lo vogliono nemmeno più.

Insomma, per me il detto “chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”, ha assunto un significato molto diverso da quello originale!

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